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giovedì 6 ottobre 2011

Il suono cupo del corno

Forza. Loro sono tre, noi più di dieci. Strappiamogli il vessillo, bruciamo la bandiera, riempiamoli di botte. Le nocche che affondano nelle parti molli, la testa che mette alla prova le ossa del naso, le unghie che strappano carne di cui non dobbiamo nutrirci. Perdita del senso, ecco cosa. Non è per cacciare, che siamo in branco. Eppure c’è tutto lo schema della caccia. C’è una notte di cemento e neon, ci sono le prede, che alzano la voce per non sentire il monologo interiore della paura. E ci siamo noi, colli di bottiglia e coltelli, tirapugni e bastoni. Io sono il corno dalle note basse e cupe, quello che suona la carica al reggimento schierato. Sono il capobranco, ma so già che uno più giovane di me banchetterà presto col mio cuore cattivo. E allora sarò storia minore, un aneddoto da bar, un ricordo ingigantito da chi mi ha battuto e piccolissimo per chi ha creduto di dovermi obbedienza. Ho una donna, a casa. Il vento è pieno del suo profumo, colpo basso per chi non deve avere un porto a cui ritornare, ma solo darsene circondate da scogli appuntiti cui rubare un approdo quando mette a tempesta. Roma è un portachiavi con gli anelli arrugginiti. Perdita del senso: chiavi che non aprono niente. Perché non ci sono porte, ma solo ferite, piaghe purulente di un Egitto straziato. E io sono il primo erede maschio, figlio unico per la spada di Erode. Forza. Loro sono tre, noi più di dieci. Tutti, egualmente, soli.