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mercoledì 26 novembre 2008

Scusa se ti chiamo Er Catena



Marcella aveva ricevuto in dono da sua madre una particolare catena di Dna che le conferiva ancheggiare distratto e mortale, da autoarticolato impazzito.
Tra i seni, l'odore pungente di appretto e chanel numero 5, che si insinuava nel mondo dei maschi e lo rendeva fertile come pioggia buona,
una linfa amabile, capace di rivitalizzare savane ingiallite dal sole africano.
Una prosperosa dose di affetto le rimbalzò incontro dal suo uomo, Er Catena, autoironico picchiatore di estrema destra, estremamente sinistro, ma buono come il pane. Lui, nonostante il nome, del Dna, sapeva poco o niente, se non che esisteva una prova chiamata così. E le prove sono cose brutte brutte, soprattutto se hai una lista di precedenti penali che ci puoi incartare una porchetta sana.
Er Catena e Marcella, dal canto loro, sapevano snocciolare a memoria i santi e i fanti, ma erano pure capaci di farlo in una fiat punto, snodati equilibristi dal sorriso consunto.
In mezzo, dappertutto, c'erano cadaveri di lattine, birre accartocciate da mani tozze, pezzetti di fazzoletti con dentro pezzetti di lacrime, un indirizzo per ritrovarsi e cento per perdersi, un tatuaggio polizia non ti temo, un sorriso scemo davanti all'orgasmo femminile, una polaroid di un'altra donna con su scritto tu rimani una zoccola.
Er Catena guardava Marcella e trovava occhi di kriptonite e le sussurrava parole ardite:
- Amo', mettiti così, muovi quella gamba, dimmi che sono bravo a farti l'amore.
Marcella sorrideva e metteva su quelle rughe di chi aspetta, invano, un futuro migliore.