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lunedì 22 ottobre 2007

Piccoli delinquenti crescono




Scippi e furtarelli fanno i figli belli. Damiano aveva facilità di mano e sapeva arrangiare il pranzo con la cena, ladro di periferia e cliente fisso dell'hotel Rebibbia, cella singola o doppia, a seconda della disponibilità.
In carcere aveva conosciuto Nico, bello come il sole e altrettanto mortale, se lo guardavi troppo a lungo.
I due erano usciti a una settimana di distanza l'uno dall'altro e si erano visti a San Basilio per un chinotto.

Il mondo è cattivo, Damiano.
Il mondo è lontano, Nico. Non ci si incula di pezza.
E noi meritiamo di più.
Non lo so. Forse abbiamo avuto già troppo.
Seguimi. Ti renderò grande.

Le pistole: una funzionante, l'altra più simile a una mortadella Beretta che all'omonima arma da fuoco. I due camminavano tranquilli, eroi al crepuscolo della civiltà occidentale. La meta era un bar aperto 24 ore al giorno, solo una cassiera e uno che fa i panini anche di notte: salsiccia, peperoni, funghi, hamburger, salse varie.

Adesso entriamo e li purghiamo, Damiano.
Sì, Nico. Ma non toccare quei panini, sennò ci ricoverano e ci purgano a noi.

Così parlavano i due amici, per caricarsi e per sdrammatizzare. Poi, all'improvviso, qualcosa si accese nella testa e il dialogo filò via più retorico e di genere:

Questa è una rapina, apri la cassa, fermi o vi ammazziamo come cani, se chiamate la polizia siete morti.

L'omelia del perfetto rapinatore venne snocciolata senza imprecisioni. Duemila euro e spicci ficcati dentro la borsa della palestra, tutto procedeva alla perfezione. Poi, all'improvviso, dalla porta entrò Floriana. Una ragazza, quando è innamorata, riconosce a distanza siderale l'oggetto del proprio amore. Figuriamoci se l'oggetto è un rapinatore che aveva promesso di smettere, di uscire fuori dal giro, di ritirarsi in campagna a crescere figli e conigli.

Damiano allargò le braccia e sorrise male, come un vigile impotente di fronte a un ingorgo.
A Floriana venne in bocca un ghigno, che si arrampicava a fatica.
Nico, invece, puntò la porta come Voeller in contropiede.

Mi fai schifo, Damia'. Tu non mi vedi più.
Posso spiegare, Floriana. Ti spiego tutto.
Andiamo via, Damiano. Scappa.

Il barista prese il fucile, che la terza rapina in due mesi era veramente troppo. Uno dei rapinatori infilò l'uscita, ma quello con le braccia larghe e la borsa da palestra in mano gli dava le spalle e parlava con una ragazza.

Io ti ammazzo, stronzo.
No!
No!
Oh, sì.

Giornalisti e curiosi, due righe in cronaca, due lacrime in croce piante da chi lo conosceva bene, che non era cattivo, ma non era mai contento, Damiano, proprio come suo padre. Floriana si consolò con un macellaio di Monteverde, che aveva sangue sulle mani, certo, ma sangue onesto. Nico varcò il confine con la Francia e vide la finale dei mondiali in un bar di Marsiglia, tifando per l'Italia come non aveva fatto mai. I portuali francesi lo guardarono in faccia e capirono che era meglio lasciarlo perdere, che certe facce sono come una firma, uno svolazzo di ceralacca, una cicatrice fatta in galera con un chiodo arrugginito: Mamma ti amo, Non sono pentito.

martedì 16 ottobre 2007

Il buco dello scrittore



Giancarlo ha un buco nel cuore, a forma di balcone. Ci si affaccia di notte e si guarda soffrire. Ci passa la luce, che non lo fa dormire. E allora si concede un sigaro e un liquore, uno short message e un po’ di chat su un sito di sole persone sole.
Marisa ha un buco nel cuore, a forma di sorriso. Forse, se lo guarda da vicino, più che a un sorriso somiglia a a una maniglia che non apre nessuna porta. E allora Marisa si chiude in se stessa, trovando più interessante un delirio di ricordi che aspettative bruciate come petardi.
Armando ha un buco nel cuore, a forma di scudetto. E ancora tira rigori contro saracinesche chiuse. E ancora cerca tonnellate di scuse per tornare abbastanza tardi, quando tutti gli altri hanno abbassato la guardia: russa la madre Russa e dorme il padre padrone.
Serena ha un buco nel cuore, a forma di buco. Ci ficca dentro un dito, rimesta e molesta, come si fa con le pellicine fino a farle sanguinare. Perché a lei piace farsi male, in amore e in guerra, campionessa di girotondo e tutti giù per terra.
E infine c’è il modesto scrittore, che nel buco ci ha messo un operaio col caschetto: stiamo lavorando per voi, vecchi che si affacciano a controllare gli scavi, che ai tempi miei era meglio e se fai un buco a Roma escono fuori cocci e tappi di Campari. L’ispirazione è in fuga, non la riprendono i gregari.

venerdì 12 ottobre 2007

I'm still alive





Il mio amore è un circo notturno, accampato a un passo da casa. Rumori lontani, il ruggito di un leone drogato, e non c’è un vero pericolo se non quello sognato.
Torno sempre troppo tardi per parlare.
Torno sempre, però. E questo è un fatto.
Ti ho vista dormire col sorriso di chi ha lavorato nel solco della sua generazione. Io sono fuori sincro, doppiato male, dovresti sentire Al Pacino in originale. Non seguo serie tv: troppo serie. Vedo le partite e il telegiornale. Mangio fuori, m’impiglio davanti a un menu, cercando di capire se l’amatriciana è pasta difficile da digerire o ballo sudamericano da sambodromo deserto. Mark Knopfler ha il tocco, ma suona solo col pollice e senza la penna. Eddie Vedder è nato il 23 dicembre e ha sempre beccato un solo regalo: compleanno e Natale. Come vedi, anche le rockstar stanno messe male. E che dire di Bob Dylan, che non lo capisce nessuno? Scrive canzoni che cambia ogni notte, nella speranza che tornino i pensieri buoni di quando era solo Robert Zimmerman, ragazzino magro alle sue prime cotte. Gli eroi muoiono all’alba, con un filo rosso all’angolo della bocca, proprio lì dove gli hanno applicato l’attacco piccolino dell’asola dove passa il filo da burattino. Ho comprato una macchina usata per portarti al mare, ma poi mi sono accorto che Venditti voleva farlo con Sara e così l’ho venduta per una giacca a vento, qualcosa che mi preservasse dal freddo di questi tempi di pochi accendini ai concerti e di troppi maghi esperti di vini. Parliamo poco, dici tu. Ma stiamo parlando, dico io. Ed è il processo finale di una distillazione di pensieri. Il resto è argano da erezioni e reggiseni consumati, dopobarba regalati da suoceri distratti, femminilità sparpagliata a un tanto al chilo. Ti guardo, respiro. Sei a portata di mano e sono ancora vivo.