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mercoledì 30 luglio 2008

L'amore conforme



A te, che sei diverso. Dico a te.
Quindici anni e mezzo di rancore, occhiali Persoll, maglietta degli AC/DC, scarpe dr. Martens.
Al concerto dei Police sei riuscito a non ballare.
Al mare, stai sotto l'ombrellone.
Dico a te. Attento. Lei ti ha guardato.

Lei è serena perché da lontano non si nota lo strabismo di Venere.
Lei ha le maniglie dell'amore, che aggrappartici e morire è questione di una sfumatura, di un colpo di sole che dribbla i Persoll con irridente facilità.

Intanto, risorge Pablito: tre gol al Brasile.
Attento, non guardarla troppo, ti si alza un sopracciglio e viene meno il personaggio.
Si avvicina, lei, con quel costume intero nero che le sta d'incanto.

- Stasera faccio una festa a casa mia. Vuoi venire?
Ha la voce di una dea, quella di Sottiletta, quella di Vanessa Paradis.
- Sì.
- Bene! Alle otto. Porta un paio di birre.
- Sì. Le birre.
- Sai dove abito?
L'Italia gioca il jolly, sulle facce sorridenti di Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi: tri, tu, uan!
- No. Ma ti trovo.

Sorride, lei. Si allontana sicura, il culetto duro e zuccheroso come un pandoro di cinque giorni.
Sorridi anche tu, stronzetto.
Come la trovi, eh?
Come?
Pedinamento da stalker, confidenze col bagnino, suppliche a tuo cugino dj. Orgoglio sotto i piedi, vero?

La casa è una villa a tre piani. C'è la piscina, gente in costume, tuffi a bomba. Tu sei serio come una brutta notizia e hai scaldato le Peroni.
Lei ti vede e vorresti sparire.
- Ciao! La Peroni fa schifo!
- C'era solo questa.
- Fa niente. Sono contenta che sei venuto. E che mi hai trovato!
- Sì.

Ti presenta dieci amici ugualmente diversi da te. Dopo venti minuti, vi baciate all'ultimo sangue nella camera del fratello grande. Alzi gli occhi, prendi fiato e lo vedi. Il poster di Angus Young. Sorridi, ti togli i Persoll e sai di essere a casa.

mercoledì 23 luglio 2008

Nascita di uno scrittore



C'era quel baretto che non dovevi chiamarlo per nome, ma solo entrare e credere alla sua esistenza, a quella pozione straordinaria che esalava nell'aria, fatta per metà di campari, per metà di marlboro dure, per metà di caffè freddo e per metà di schedine precompilate: Atalanta-Milan due fisso. In quel posto, quattro metà facevano uno, perché, come già detto, ci dovevi credere e basta.
Carlo era il barista, mezzo Merlino e mezzo Abatantuono, capelli che non gli han dato un rigore, baffi a spazzola, sorriso da carpa che l'hanno ributtata a fiume perché troppo brutta perfino per la zuppa, incantatore di clienti avvezzi al brancamenta alle sette di mattina.
La prima volta non è che ti accogliessero bene, quegli avventori anonimi fin troppo conosciuti.
Avevano segreti mappati con cura sulle loro facce, arate di traverso da rughe lunari.
Mogli infedeli, mogli troppo fedeli, suocere e figli, figlie e cani da pastore senza gregge.
Uno aveva anche un'amante, ma solo perché nessuno osava spiegarli che quella era la sua unica donna, visto che la moglie l'aveva lasciato per un disoccupato scontroso con l'hobby della fisarmonica.
C'era uno che viveva per il concerto di Capodanno della Filarmonica di Vienna, perché una volta c'era stato, per via di un biglietto omaggio vinto con l'incarto di una palla di Mozart. Una palla anche quella. In realtà, era stato a Graz, da una cugina, che lo trattò per tre giorni come un malato di mente, visto che non capiva una parola della lingua imperante.
Che l'Impero è una brutta cosa con cui avere a che fare, chiedere a Jan Solo, citofonare Ciubecca.
Dicevamo che l'accoglienza non era il piatto forte di quel baretto senza nome.
Ma io feci un ingresso trionfale a undici anni, reduce da un funerale, dall'acquisto di Devil gigante numero 1 e titolare di un paio di Mecap seconde a nessuno: gialle e viola, come le maglie dei Lakers. E Magic Johnson era un ragazzo come noi.

martedì 22 luglio 2008

Troppo veloce, troppo furioso



Per affrontare al meglio un corridoio d'ospedale devi guardare nel nulla, in quel punto imprecisato che sta tra gli occhi e il naso. I colori che hai intorno - celeste, bianco, grigio e verde - trasformali in pietre di nessun pregio, perline sacrificabili in cambio di viveri e donne indigene. Dell'odore di alcool e feci fanne qualcosa di trascurabile e delicato, tipo l'origami di un cigno che non ha mai volato. Gli infermieri ciabattano intorno, quello è il loro mestiere, folletti sorridenti e dolci euchessine per l'anima ingolfata dei parenti. Ecco, sei arrivato. La camera è quella che stanno rifacendo, dove tu sei fastidioso come un vecchio zio che viene a trovarti la domenica mattina, fumando MS e snocciolando tristezze di quand'era felice.
Tua madre ti sorride, perché pensa che sei venuto per portarla a casa.
Non è così, però. Non è mai così, perché i finali, se ci pensi, li scrivono tutti uguali.
E allora la pettini con cura, le versi l'acqua sgasata e le racconti di come sta bene per essere quasi andata. Poi ti giri e la vedi. E la tua vita ruota intorno a quella cosa, il tuo cervello si mette a fare la bandiera, come un bagnino magro aggrappato a un palo di legno sulla spiaggia di Cerenova.
La goccia della flebo.
È così lenta che non può servire a niente. Ma la tua mente adesso è lucente e articola un concetto, una risposta trasversale, e tu metti su quel sorriso da poeta micidiale.
La goccia è troppo veloce per l'occhio umano.
No, non ci siamo: il discorso è diverso.
La goccia è come la lancetta dei minuti dell'orologio, veloce e lenta allo stesso tempo. Cresce la goccia di fisiologica, si fa bolla, cola nel tubicino, entra nell'agocannula, esplode nelle vene. Non c'è niente di più veloce, niente di più lento, niente che distorca e strazi di più il tempo.
Guardi il pettine ed è pieno di capelli.
Il comodino è pieno di riviste.
Tutto intorno, all'improvviso, c'è troppa roba che gira veloce e scopri di far parte tuo malgrado di una generazione Mtv: immagini spettacolari, niente contenuti, musica che interrompe la pubblicità, ti trucco la macchina, ti costruisco una casa che assomiglia a una nave, ne parliamo domani.
E tua madre, che vuole parlare subito di tutto, è sempre stata più veloce di te, del tuo pensiero laterale, della tua multimediale carenza di stimoli.
Lei sparecchiava che ancora non avevi finito di mangiare, faceva i piatti quando dormivi, la spesa in quei tempi morti che si incolonnano tra una seduta al bagno e una telefonata per il calcetto.
Tu giochi, porti il pallone e le magliette.
Lei non gioca, non più.
E il tempo, in ospedale, è ancora prigioniero di quella flebo.
Troppo veloce, troppo lento.
Troppo anche per te, che hai spalle normali e poca propensione a immaginare quello che va oltre la pausa-pubblicità.
Ma un trucco ce l'hai, sei nato prematuro, fregando un ginecologo, tuo padre e l'astrologo.
Troppo veloce, troppo lento, troppo furioso.
Saluti e ti allontani. Visto da dietro, sembri piccolo e stanco, ma sei solo un parente che è arrivato troppo tardi per chiedere al dottore qualcosa che già sa.
Sei una goccia nella flebo, una sveglia radiocontrollata, un foglio di calendario da macelleria dell'anno vecchio, con sopra un appunto scritto da tua madre:
zucchero, sale, pappa per i gatti, patatine pai.
Queste sono le cose che fanno più male, perché dovresti saperle e non le sai.

lunedì 14 luglio 2008

Appetite



Piangono i salici in riva al lago.
Piange Susanna, lasciata in tronco da un commesso viaggiatore che non è morto mai.
Susanna ha un sistema per uscirne fuori. Si chiama bulimia, e sembra che non ci sia. Invece c'è, eccome. La sua gonna a pieghe, messa per lui, è blu come l'agonia di un cianotico. Sotto, spiritosi e fuori luogo, un paio di frye neri si sporcano di sabbia e diventano piedi di guerrieri, superati dal tempo e incrostati dalla noia di un bar aperto fuori stagione.
È il 1980 e qualcosa. Nascosto da qualche parte, in una soffitta o nella cucina di una palazzina vittoriana, Paddy McAloon comincia a scrivere Appetite.
Susanna, intanto, si chiede come sarà il prossimo.
Un ragazzo dolce, magari un ladro di sorrisi, un acrobata del doppio senso, un originale poeta qualunque, un muratore col vizio del bere o un ubriacone col vizio della rasatura.
Ma ci sarà, il prossimo. C'è sempre stato.
Paddy McAloon, intanto, fa sentire la sua canzone al fratello, che dice che è carina.
Susanna passeggia scalciando, come un maschietto appresso a una lattina. Solo che qui la lattina è lei. Sigaretta Muratti, accendino Bic, rossetto a prova di bacio Lancome, al nono posto della classifica c'è Victims, loro sono i Culture Club.
Susanna sbuffa fuori il fumo e fa abbastanza rumore per non sentire quel pianoforte straziante.
Che certe canzoni sanno tutto di noi.
Paddy McAloon, da parte sua, pensa che sia ora di andare a dormire. C'è abbastanza materiale per l'album e il titolo brilla nella sua testa come un'insegna al neon: Steve Mc Queen. Anche se gli manca una frase, una frase sola per concludere Appetite.
Susanna torna a casa, parla con la sorella di come è cambiata Fiorella Mannoia, si siede davanti a un foglio bianco e scrive:
se decidi di lasciare qualcuno, fallo e basta.
Invece, se decidi di rubare, fa' come Robin Hood…
Paddy McAloon si sveglia, strappa un pezzetto di carta dall'elenco del telefono di Durham e scrive:
If you steal, be Robin Hood…
Yeah.

martedì 8 luglio 2008

Condominio



Miriam ha fatto outing. È uscita allo scoperto.
Io ti amo.
Anche se sono della Lazio?
Sì. Passerà.

Filippo ha preso il toro per le corna.
Lascio il lavoro.
Ma se non hai mai lavorato!
Lo lascio prima che lui lasci me.

Giovanni è andato a vivere da solo.
Me la caverò. Come si carica la lavatrice?
Senti a mamma, prima devi aprirla.

Katia ha deciso.
Non ce la faccio più a vivere con te.
Il gatto Conan la prende a verso e si trasferisce in un cortile.

Sergio lascia Cinzia per un bagnino di Rimini.
Andiamo a vivere insieme?
Chiudo gli ombrelloni, rimetto a posto i lettini e poi ti dico.

La famiglia Gerardi cambia vita.
Mettiamo Sky, calcio incluso.
Ce lo possiamo permettere?
Si vive una volta sola.

Qualcuno, senza dire niente, prende la macchina e va in fabbrica. Tutti i giorni, da trentadue anni. Nessuno ne parla, però. Quindi, non è mai successo.