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giovedì 25 novembre 2010

Letti di spine




Averne, di delusioni d’amore.
Pensa il poeta contadino, quello che ammazza le serate a colpi di tressette, che non si fanno i segni e tua sorella è una zoccola mai come tua madre però.
Sono piene di spunti, le delusioni d’amore, roride di occasioni di canto. Uno normale ci piange, sul rifiuto di lei, sulla manifesta ingiustizia di come vanno le cose. Il poeta contadino, invece, ha rughe profonde di concentrazione, sopracciglia cespugliose inclinate come grondaie esauste e mani che con un dito ci pesta almeno due tasti di fisarmonica. Prende un mozzicone di toscano, un mozzicone di pane, un mozzicone di matita e scrive:

Odorosa di stelle
la notte nordista.
Apristi le gambe
Ci persi la vista.
Girata sei vacca,
In piedi cavalla
Sdraiata giumenta
Su letto di stalla.
Ti canto distratto
Da altre sorelle
Migliori di fianchi
E di crude mammelle.

Muoio d’amore.
Pensa lo scrittore metropolitano. Segue ogni giorno quella ragazza, armato di moleskine e sorrisi ferini. Lei si chiama Carmela, viene da Messina, indossa gonne strette per esaltare curve pericolose e spera non si noti la sua scarsa abitudine ai tacchi dodici, messi sotto al metro e cinquantasei di donnina per arrivare al minimo sindacale che Milano richiede in zona stazione centrale.
Lui prende una penna mozzicata, apre il suo moleskine hemingwayano e scrive, con cognizione di causa.

“La ragazza mi rifiuta, sorpresa dal mio ardire. Per lei sono una banconota falsa, un posteggiatore abusivo, qualcosa che esiste per convenzione, un tentativo di frode. La costanza va premiata, però. È la regola. Ce la insegnano a scuola, la ripetono a ogni occasione: impegnati, ragazzino cresci ragazzo suda che sei uomo e non rompere i coglioni la pensione non ci campi tumori e radiazioni. Si è voltata, credo mi abbia visto, persino guardato. Ho i capelli interrotti da squarci di alopecia, come campi arati male o ex giardini profanati da mine anti-uomo. Non sono più sicuro del mio odore personale, in bocca ho un ristagno da crescerci i girini, le mani garantiscono sopravvivenza ai pesci, le scarpe non le tolgo di sicuro, nemmeno per fare l’amore con la mia piccola dea. Perché è piccola, si vede. Una piccola pattinatrice della stazione centrale di Milano, con tacchi da domatrice di formiche. Mi attrae la sua decadenza, in fondo. La forza di gravità si è accanita contro le sue forme, rendendola più budino che donna. Ma quando sorride io vedo scritto nel cielo il prefisso di dio.”

5 commenti:

RRobe ha detto...

Bello. E viva il contadino.

Anonimo ha detto...

Ahh.. mi fa tornare in mente le poesie scritte in treno davanti a ragazze che non l'hanno saputo mai

Raffaele

Anonimo ha detto...

be', grazie. a tutti e due.
lorenzo

Anonimo ha detto...

mi sono commossa

patty

Anonimo ha detto...

bella! mi piace tanto 'st' aria scerbanenca!
m.