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lunedì 30 aprile 2007

L'Uomo Invisibile





Piove. E il governo è ladro, si sa.
Uno bravissimo ha scritto della pioggia e delle macchie di leopardo che si formano sull’asfalto.
Uno bravo ha fatto piovere per un intero film.
Io per oggi sono a posto, rassettato alla grande e con addosso un cappotto dismesso da un vero signore.
Una donna accelera sui tacchi alti, ballerina sul filo di un marciapiede milanese.
È bella, soprattutto perché è lontana e indifesa. Un ragazzino sorride e si toglie il cappello e la pioggia lo bagna, democratica e sporca come una coperta complice alla festa delle medie.
Un pony express si ripara in galleria e bestemmia con convinzione.
Io guardo le macchine e immagino un killer di Scerbanenco, mosso da ragioni personali ignote ai maniaci di Ellroy, impegnato a seguire una vittima ignara.
Ero professore di Letterature Comparate all’università. Ero padre e marito, amico e passante, automobilista e animale da weekend.
Adesso ho fatto carriera: sono l’uomo invisibile.
Sono un homeless, parola che suona come una frittata riuscita male. E forse lo è.
Sono un barbone, anche se mi rado ogni giorno nel bar di quel mio amico.
Non uso più i nomi, per paura di sciuparli, non uso più le frasi lunghe, per il terrore di perdere l’equilibrio tra i congiuntivi, pericolosi serpenti quando hai pochi denti in bocca.
Uno bravissimo ha detto che adesso sono libero dalle convenzioni, ma questa non è Parigi negli anni trenta e io non so scrivere qualcosa in grado di sopravvivermi.
Sorrido. Penso che l’inverno sia solo un errore di trascrittura in un copione di eterne primavere. Si tratta di fiducia posticcia, di avanzi di salsiccia raccattati in un cestino. Prendo a morsi la vita buttata per terra da qualcun altro, sopravvivo come una tenia e so dare altrettanto fastidio agli occhi di chi mi guarda. E allora, convinto che si tratti di una commedia risibile, mi tolgo le bende e sparisco. L’ho già detto, sono l’uomo invisibile.

mercoledì 25 aprile 2007

Il cronista





Chi conosce Sara sa che stiamo parlando di una strana creatura. Adolescente professionista, presidentessa del fan club romano di Bjork, un’esperienza lesbo, un’esperienza etero. Totale: due esperienze.
Chi conosce Orlando sa che abbiamo davanti un uomo di diciassette anni. Canne e cannoli, girovita importante, peluria di baffi e penuria d’amore.
Ora, non è il momento di esaminare le loro vite, né di ricostruire i percorsi che li hanno portati fino a lì: quella è roba da C.S.I. del destino.
Fatto sta che Sara sta ascoltando Venus as a boy e l’Ipod è la chiave della porta tra la terra e il cielo. Il parco della Caffarella, invece, è un campionario di macchia mediterranea nella brochure di dio.
È un colpo facile. Orlando è un guerriero esperto e con lui c’è Nico, che ha un coltello da pane nascosto nel giubbetto jeans. Sara si avvicina ai due, ma ha occhi solo per Orlando, che crede nella bellezza ed è Venere con le fattezze di un ragazzo.
Nico esamina la ragazza come farebbe un allevatore con una vacca al mercato del paese. Un portafogli con dentro una carta prepagata, dieci-venti euro in contanti, un Ipod Nano. Non male, per sette secondi di lavoro. E poi c’è roba che si può toccare, palpeggiare, per poi finire a respirare tra i suoi capelli da troia a dirle che è meglio se si scorda della loro esistenza, della Caffarella e del coltello da pane.
Parte Sara col sorriso sbagliato, quello che ti inchioda come una farfalla a un vetro.
Parte Orlando col piglio di chi ha resistito a ben altro, ma non è del tutto vero.
Parte Nico col coltello da pane.
Visti da lontano, sono tre ragazzi nel sole.
Visti da vicino, sono tre ragazzi che non hanno capito un cazzo.
Quel pomeriggio, a casa, Sara si chiede se rivedrà mai il suo salvatore misterioso, quello che crede nella bellezza, Venere fatto ragazzo.
Quella sera, al bar, Orlando si chiede se gli rimarrà la cicatrice sulla mano che ha fermato la lama del coltello da pane. Sorride e spera di sì.
Quella notte, davanti al cornettaro, Nico capisce che la città è troppo piccola per uno con le sue ambizioni. Io sono solo un povero cronista senza giornale e mi chiedo se

mercoledì 18 aprile 2007

Queste parole d'amore...




Quando torni dal funerale di tua madre decidi di dare via le sue cose. Perché tu sei uno che ha già pianto e che sa come affrontare certe situazioni.
Soprammobili brutti e centrini con le maglie allargate affolleranno scatole di cartone troppo grandi o troppo piccole: giuste, mai. C’è l’orchestra jazz di cani, comprata a Londra. C’è un biglietto che hai scritto tu a sei anni, con un buoncompleannomamma, corrette le doppie, pochi gli spazi. C’è un biglietto che ha scritto lei a sessantacinque: non ce la faccio più, ma non fa niente. C’è la foto in cui sorride perché qualcuno la guarda. E quella in cui è perfino bella, che quel qualcuno se ne poteva innamorare.
C’è un servizio da the, che il the non le piaceva, ma lo lucidava come se ne andasse del vostro onore. C’è la prima pagella che hai preso, 1971. C’è l’esonero del militare, 1990. E in mezzo, tra due date che ti hanno fatto uomo, c’è il momento peggiore, quello in cui non vi siete parlati per un anno, per via di un torna presto sono grande faccio come cazzo mi pare. Poi, a sorpresa, sbuca fuori il ricordo in fuorigioco millimetrico, la palla curva lanciata con due dita, un killer dei sorrisi, armato di rancore: è un pupazzo della notte, quello che lei aveva buttato. Lo trovi ancora a cuccia tra due pile di fumetti, che ti aveva bruciato. Sono trucchi di mamma, riusciti male. Sono rigidi precetti, volontà inflessibili, spudorati ghirigori educativi. Sono cicatrici d’amore, lampade a forma di gondola, luci intermittenti, pezzi di verdura in mezzo ai denti. Ed è in quel momento, sospeso a mezz’aria tra la schiena sghemba dell’adulto e le dita nel naso del bambino, è in quel momento che scopri l’incapacità del mondo di capire la strada che hai fatto per arrivare fino a lì. Quarantanni e dieci millimetri. Mille chilomentri e un secondo. Le fate, e le mamme, si guardano con la coda dell’occhio, mai schiave del tempo, mai libere davvero. Spegni la luce e dormi. No, aspetta. Meglio la luce accesa. La luce di una gondola, brutta come una solitudine non scelta.

lunedì 16 aprile 2007

Il monologo di un obeso




Mi succhio un chupa-chups al Mango. Why mango?
Cazzi miei.
Glicemia, portami via.
Il colesterolo me lo misurano con un numero complesso, un intero gaussiano Lost in La Pancia.
L’ultima volta che mi sono pesato ho visto la bilancia accelerare a Mach 2, ma avevo la cintura di sicurezza avvolta intorno a un testicolo, a sorreggere un’ernia da sforzo inane. Inutile dirlo, sono buono come il pane. Un metro e ottanta per centosessanta chili. Ossa grosse, tutto qua. Guardate il mio polso, non ce la faccio a circondarlo con un palmo. Guardate quella palma: non fa abbastanza ombra per proteggere il mio corpaccione virile. Così, stendo l’asciugamano bifamiliare in prossimità di un baobab secolare e scelgo se colare o se sciogliermi di botto. C’è una differenza basilare, come tra il vino e la grappa. Distillo perle di saggezza e sudo sette camicie col bottone centrale pronto alla fuga, teso come un arco persiano. Colletto aperto su poco collo, pappagorgia a tre ante. Tra gli enta e gli anta ho viaggiato poco, perché in aereo sto dentro solo alla business class. Sono intelligente e smagato, il volto segnato da rughe nate di notte, quando la luce del frigo anticipa un incontro ravvicinato tra burro d’arachidi e mani cicciotte. Bevo Coca Cola, perché entra piano ed esce forte, come l’affluente di un grande lago. Vulcanico, spesso a riposo. Erutto maagmi in si bemolle, petomane folle dal contrappunto odoroso. Con le donne, mi cimento in ginnastica mentale e perdo due etti di ciglia a furia di strizzate d’occhio. Risultati? In zona retrocessione della serie Zeta, mi scopo ciccione perennemente a dieta. L’insalata è un sogno fatto all’alba, quando muoiono le idee migliori. Vi ho appena presentato il monologo di un obeso, signore e signori...

venerdì 13 aprile 2007

Fare l'amore a Tralfamadore





Kilgore Trout aveva una macchina da scrivere a reazione.
Gli bastava accenderla e veniva fuori sempre qualcosa di buono, magari un racconto che i più attenti hanno potuto leggere a pagina 32 di un numero qualsiasi di “Tope Spalancate”. La sua era una fantascienza pessimistica, che si è sempre differenziata da quella ottimistica per via del fatto che, se c’erano dei missili in giardino, prima o poi qualcuno li faceva esplodere. Sul pianeta Tralfamadore, Kilgore Trout aveva immaginato l’esistenza di cinque sessi, tutti indispensabili per la procreazione. Nessuno ha creduto abbastanza all’esistenza di Tralfamadore. Nessuno, tranne il miliardario Eliot Rosewater, che ha finanziato una spedizione per cercare di raggiungerlo. Alla guida della sua nave spaziale, a forma di gabbia per canarini con lo sportello aperto, c’è lo scrittore Kurt Vonnegut. Questo è un estratto dell’intervista a Vonnegut, partito il giorno 11 aprie del 2007, sotto i migliori auspici:

D: Signor Vonnegut, non crede che la Terra le mancherà?
R: No. Se qualche anno fa mi avessero detto che il mio Paese sarebbe stato governato da tre tizi chiamati Bush, Dick e Colon, avrei provocato un cronosisma e convinto i miei avi a rimanersene in Germania.
D: E che ci dice della sua famiglia? Come farà senza di loro?
R: Sono robusti di cosituzione e imparentati con dei dottori. Se la caveranno.
D: Qual è la prima cosa che chiederà a un Tralfamadoriano, ammesso che ne troverà uno?
R: Mio padre era talmente distratto che una volta lasciò dieci centesimi di mancia a mia madre, che stava sparecchiando la tavola dopo la colazione. Ecco: vorrei avere quella leggerezza, quella capacità di amare i piccoli gesti folli e inutili. E il dono di saper scrivere come Kilgore Trout.
D: Le manca?
R: Perché... a lei no?

Ci manchi, Kilgore.
A pagina 32 di “Tope Spalancate”, leggiamo l’inizio del suo ultimo racconto. Si intitola: Fare l’amore a Tralfamadore

“Tralfamadore ha due soli e due tramonti. Quindi, ogni abitante gode della doppia dose di romanticismo genetico. Due balli della scuola, due primi baci. Doppia fatica e doppia ricompensa. L’amore, a Tralfamadore, è studiato a scuola nella doppia ora di Educazione Sessuale. E gli scienziati l’hanno esaminato a lungo, riuscendo a scoprire che è composto da***”

A questo punto, il giornale “Tope Spalancate” presenta un difetto nella composizione linotipistica e offre agli occhi del lettore una autentica Topa Spalancata, in infinite tonalità di rosa.

martedì 10 aprile 2007

Yuppiaieee, Singer!





Oscar è un bambino di dieci anni. Normale.
Piange per ogni cazzata, ha paura del buio, si infila le mani nel naso con la convinzione di un egittologo davanti alla tomba di Tuthankamon: lì dentro qualcosa c’è.
Sua madre Amelia è una ex-modista, diventata portiera di un palazzo di sette scale, otto piani e poco amore. Totale abitanti del palazzo: almeno cento più del paese di Pontebosio, da dove viene lei.
Il padre di Oscar, un sosia di Ernesto Calindri giovane, è stato dato per disperso dopo la guerra vinta dalle Forze Divorziste nei confronti della Falange della Famiglia Unita.
La sua figura paterna di riferimento è uno zio macellaio di nome Aldo, con un dito di meno e un sorriso impreziosito da due capsule d’oro di Bologna. Meglio di niente, direte voi. Meglio di niente, dice anche Oscar, che è abituato ad accontentarsi con poco. Per esempio, indossa i vestiti dismessi da qualcun altro, anche se l’odore del qualcun altro non va via con Bio Presto, checché ne dica l’Uomo in Ammollo. E gli vanno anche grandi, quei vestiti, ma lui diventerà un ragazzone, le gambe da Garrincha si raddrizzeranno e tutto andrà a posto.
Perché Oscar è Zorro.
Niente a che vedere col carnevale.
Oscar è Zorro dentro.
Raddrizza torti scolastici e salva donzelle di nove anni assediate dalla noia, facendo evoluzioni degne di Errol Flynn. Che non è morto e gioca a dadi con Elvis in un’isola lontana.
Amelia, nonostante il pentitismo, rimane una modista di valore e gli cuce ogni anno la divisa d’ordinanza: mantello nero con la fodera rossa, pantaloni neri, camicia bianca con vezzosi svolazzi falpalà, baffi neri fatti col carboncino. Ecco il problema, i baffi.
Un giorno, Oscar avrà i baffi veri, autoctoni, spioventi come i cross di Garrincha. E quel giorno sarà Zorro, dentro e fuori.
Nel frattempo, si accontenta di poco. E la Singer che sferraglia diseguale in sottofondo è un cavallo d’argento, che vale cinquecento.

martedì 3 aprile 2007

Evita lo specchio, Chinaski




Calzoni puliti, canottiera fresca di bucato e sei un signore.
Una poesia in testa, un pranzo frugale e frugato, un cuore malandato, ma che regge fino a sera. E sei a posto.
Guardami le mani: ho qualche piccolo problema di circolazione e di tremore.
Per il resto, solo il callo dello scrittore.
Avevo un amico e un gallo e ho fatto a cambio con mezzo litro di rosso scadente.
Ho amato una sola donna decente. Una per volta, come si addice a un gentiluomo e a chi non ce la fa a inventarsi cazzate sugli appuntamenti.
Ho scritto un poema immortale su carta di giornale, ho scommesso sul cavallo vincente della corsa precedente. Ho sbagliato binario, ma non sono morto. All’università, ho letto la mia opera omnia in un quarto d’ora a un pubblico che era lì per stringere la mano a uno che ha visto Bob Dylan in televisione.
In tasca ho mezzo dollaro bucato, per guardarci attraverso. Mai stato molto esigente, in fatto di panorami. Bastava che si muovessero anche da fermi.
Nell’altra tasca, il biglietto di una corriera che non ho mai preso, perché soffro il mal d’auto e vomito nelle custodie dei computer portatili.
Sono l’anima delle feste a cui non mi hanno invitato e quello giusto da prendere per il fondo dei calzoni per un volo planato. Ho scarpe da clown e naso altrettanto rosso. Ho saltato il fosso dei quarant’anni con in mano un mazzo di fiori di plastica. Non ho scritto io la Svastica sul sole, perché mi mancavano un milione di parole.
Il mio pisello è un generoso uncino, un soldato piccolino che diventa un gigante davanti a un rossetto sbavato.
Ragazze giovani fanno a gare per infilarsi nel mio letto. Io le aspetto anche il giorno dopo, ma non sopportano le mie ginocchia valghe, la camminata da vecchio, la psoriasi da stress, le menate su mio padre, il filo spinato che ho al posto del cuore. Io ce la faccio ancora a superare tutto, col mio metodo infallibile: evita lo specchio, Chinaski. È questo il segreto. E l’altro è non scommettere mai su un cavallo che l’ha appena smollata.