sabato 18 dicembre 2010

L'origine della vita interiore




Joyce aveva una casetta carina, comprata coi soldi del padre. Ma lui si alzava presto, la mattina, per scrivere pagine e pagine senza alcuna punteggiatura. Il genitore, dalla tomba, scuoteva la testa: non era quello, che a James avevano insegnato a scuola, ma in fondo era un bravo bambino. E un innovatore può anche passare per un idiota, in nome della perfezione del monologo interiore.
Gozzano da piccolo aveva una gallina di nome Cassiopea. Suo nonno lo guardava preoccupato: non era così che si costruiva il fisico e lo spirito di un medico soldato. Ma era un ragazzino minuto e gentile, capace di tacere per ore anche quando aveva molte cose da dire.
Kerouac aveva un nome per esteso che pretendeva da lui un futuro da moschettiere, da ginecologo o – almeno – da notaio. E cominciò a uscire troppo, la sera, e a tornare a casa col sorriso di chi ha fatto marachelle confondendole con la vita normale. Ma ascoltava le storie dell’Ombra alla radio, insieme a sua madre, rapito da quelle voci baritonali dall’intonazione micidiale.
A sette anni, Ungaretti era bravo a impastare il pane con le sue mani piccoline. Fu al forno di famiglia che imparò l’economia della frase: poca farina, tanta acqua e un po’ di lavoro, una croce sulla pagnotta calda in attesa della lievitazione, occhi chiusi a fessura e feroce determinazione.
Siamo nati per caso, ma siamo fabbri di destini, architetti di traiettorie di vita, mondine di emozioni, minatori di stupore, contadini di noi stessi, sempre chini sul terreno incolto di un amore mai completamente vissuto, mai completamente risolto.

martedì 14 dicembre 2010

Songwriter



La minore, mi settima e ci ammazzi anche un cavallo, con la tristezza di certe canzoni. Sono uova di lompo andate a male, da finirci in ospedale senza passare per il Via. Perché il Monopo.ly era più bello una volta, con le casette e le pedine di legno e il tabellone e i soldi più carini. Il compositore ardente sa che De Gregori è bravo, ma lui lo trova sopravvalutato. Non può dirlo alle riunioni di partito, ma può dirlo allo spartito, sporcandolo di note oblique, sudamericane come certi culi di marmo bianco. Guccini è triste come una madonna che piange sangue. De Andrè è un poeta, ma il rapimento l’ha ucciso prima di morire. Rino Gaetano non si può sentire. Paolo Conte è blasè, che è un termine francese per indicare la puzza sotto il naso. Lui sì che avrebbe tanto da dire. Ha scritto quella canzone, quella volta che lei l’aveva lasciato per un tipo del nord. Anche lei era del nord, ma col cuore sudista. La canzone parlava di viaggi e stanzette, abitate insieme, di canti di serene (gli occhi di lei), di amplessi frenati, di bocche fragranti e avanti e avanti. La sentì un produttore di Catanzaro, che fece sì con la testa e no col portafogli. Allora lui la iscrisse a un festival, che non vinse, ma fece un passaggio in radio che non poté ascoltare, perché l’apparecchio era sintonizzato male.
Il compositore ardente prende la chitarra folk e prova un fingerpicking che paga un tributo al country. Ne viene fuori un lamento di corde straziate, qualcosa che paga un tributo alle grida che seguono la tortura del sonno o della goccia cinese.
Lui sorride e pensa che fare i conti col proprio talento può mettere un uomo di fronte a uno specchio sormontato da un neon e tirare fuori dalle rughe di espressione una zampa di gallina spietata. Il tempo passa e la canzone migliore non è ancora stata cantata.

giovedì 25 novembre 2010

Letti di spine




Averne, di delusioni d’amore.
Pensa il poeta contadino, quello che ammazza le serate a colpi di tressette, che non si fanno i segni e tua sorella è una zoccola mai come tua madre però.
Sono piene di spunti, le delusioni d’amore, roride di occasioni di canto. Uno normale ci piange, sul rifiuto di lei, sulla manifesta ingiustizia di come vanno le cose. Il poeta contadino, invece, ha rughe profonde di concentrazione, sopracciglia cespugliose inclinate come grondaie esauste e mani che con un dito ci pesta almeno due tasti di fisarmonica. Prende un mozzicone di toscano, un mozzicone di pane, un mozzicone di matita e scrive:

Odorosa di stelle
la notte nordista.
Apristi le gambe
Ci persi la vista.
Girata sei vacca,
In piedi cavalla
Sdraiata giumenta
Su letto di stalla.
Ti canto distratto
Da altre sorelle
Migliori di fianchi
E di crude mammelle.

Muoio d’amore.
Pensa lo scrittore metropolitano. Segue ogni giorno quella ragazza, armato di moleskine e sorrisi ferini. Lei si chiama Carmela, viene da Messina, indossa gonne strette per esaltare curve pericolose e spera non si noti la sua scarsa abitudine ai tacchi dodici, messi sotto al metro e cinquantasei di donnina per arrivare al minimo sindacale che Milano richiede in zona stazione centrale.
Lui prende una penna mozzicata, apre il suo moleskine hemingwayano e scrive, con cognizione di causa.

“La ragazza mi rifiuta, sorpresa dal mio ardire. Per lei sono una banconota falsa, un posteggiatore abusivo, qualcosa che esiste per convenzione, un tentativo di frode. La costanza va premiata, però. È la regola. Ce la insegnano a scuola, la ripetono a ogni occasione: impegnati, ragazzino cresci ragazzo suda che sei uomo e non rompere i coglioni la pensione non ci campi tumori e radiazioni. Si è voltata, credo mi abbia visto, persino guardato. Ho i capelli interrotti da squarci di alopecia, come campi arati male o ex giardini profanati da mine anti-uomo. Non sono più sicuro del mio odore personale, in bocca ho un ristagno da crescerci i girini, le mani garantiscono sopravvivenza ai pesci, le scarpe non le tolgo di sicuro, nemmeno per fare l’amore con la mia piccola dea. Perché è piccola, si vede. Una piccola pattinatrice della stazione centrale di Milano, con tacchi da domatrice di formiche. Mi attrae la sua decadenza, in fondo. La forza di gravità si è accanita contro le sue forme, rendendola più budino che donna. Ma quando sorride io vedo scritto nel cielo il prefisso di dio.”

giovedì 7 ottobre 2010

file temporanei



Il cuore sanguina gratis.
Non chiede pietà, cerca adrenalina, sale scale mobili al contrario, surfa dentro il cono dell’onda, incurante del pericolo.
Questo pensa Gino de Paolis, detto Palletta, poeta metropolitano di 28 anni.
Il cuore è una merda.
È una gabbia aperta, vuota da un secondo, che ancora puoi vedere qualche piuma svolazzare e l’acqua tremare nella sua vaschetta.
Questo pensa Isabella Cartoni, bellezza in controtendenza, coloratissima in un’epoca in cui il nero è il vestito del ballo e della festa.
Si scrivono interminabili lettere d’amore. Perché è giusto così. Una lettera d’amore non è mai finita veramente, che hai sempre qualcosa da aggiungere, soprattutto se sei un poeta sovrappeso o una delizia di ragazza senza nessuno da amare. Si danno appuntamento che già si piacciono, per cercare la conferma della pelle. Lui ha messo un dopobarba al mentolo che lo senti arrivare prima che esca di casa. Lei ha messo un sorriso fresco, di quelli che si ferma la rotazione terrestre e gli astrofisici chiedono fondi alla ricerca per studiare il fenomeno di un mondo pieno d’amore incandescente: rifrazione spontanea sensuale, pare si chiami. L’imbarazzo dura un momento, poi lui dice:
- Sei più bella, da viva.
Il sorriso si fa risata, rimbalzano pezzi di felicità oltre i confini della periferia di Roma, uccisi in volo da uno shrapnel ricolmo di bellezza e di cose buone.
Passeggiano e vorrebbero fermarsi, parlano e vorrebbero tacere, si sfiorano apposta senza farlo apposta, danzano: pavone discreto lui, farfalla opalescente lei. Per la musica: il Palletta pensa a Michael Jackson, che tanto non è morto, con un pezzo a scelta tra Man in the mirror e Human nature. Lei arpeggia mentalmente Horizon dei Genesis, che odia Michael Jackson, a meno che non piaccia a lui.
Lo scrittore di romanzi rosa si alzò dal tavolino e chiuse word, non salvando le modifiche.
Perché campare va bene, ma a spese dell’amore degli altri proprio no.
Anche se gli altri non esistono, quell’amore da qualche parte vive e splende.
Banalizzare è un lavoro da infami, oltre che un mestiere infame.
Lo scrittore che scriveva di uno scrittore di romanzi rosa sorrise cattivo.
Stampò il file, lo rilesse e poi invitò a cena quella ragazza conosciuta a quella festa dopo la presentazione del suo ultimo libro. Aveva le sue possibilità di farsela, ma nessuna possibilità di piacerle davvero. Tutto sommato, un pareggio mica male, buono per continuare ad aspirare alla champions league dei pezzi di merda.

martedì 14 settembre 2010

Core ingrato (un'altra storia di Tony Plumbeo)




Roma gli ha rubato l'anima e ci ha fatto un arbre magique al mango. Tony Plumbeo spande intorno a sé l'afrore del capo-branco, artista della capocciata, traghettatore di capitali altrui. I suoi superpoteri brillano sotto pelle come lucciole indecenti. In un secondo, può rispondere a un'intervista, fare l'amore al telefono e sollevare un tram. Ma adesso qualcuno si è preso Sciaron. Lo sfintere di Roma molla il colpo.
Datemi sangue per tracciare la strada che mi separa da Sciaron. Sarò un treno di ferro. Sarò il sasso per la forbice, la forbice per la carta e tutto il resto. A questo pensa Tony Plumbeo, con la sua mente da guerriero inurbano. Scrocchia le dita con rumore osceno e ripensa a quando Sciaron gli ha detto la frase che lo ha reso schiavo d'amore: Levete dar cazzo, moro. So' nervosa. Lui la guardò. E fu subito sera...
La cerca a casa di Leone Solleone, artista della tintarella a marzo. - Ci sta? - Chi? Non si risponde a una domanda di Tony con un'altra domanda. Capocciata gentile, rumore: BAM! - Sciaron.
- Non lo so, osa Leone. La sua abbronzatura vira sull'epatite.
- Se mi dai un solo indizio magari ti lascio campare. E ti offro un Campari.
- Prova da Pisolo, sospira Leone. Pisolo Mandragora. Ovvio. Ascolta, si fa subito faida.
Il sangue di Tony Plumbeo è materiale da cancelleria, pezzi di chiodi, amaro del finanziere e losanghe a quadretti. Con una mano divelle un lampione, con l'altra ne fa un'armonica a bocca. Tony chiede consiglio al Re del Flipper, che chiosa così:
- Accendi gli special del cuore. Perdona. Ama di più. Tony lo guarda come fosse un fantino dopato, gli ficca in bocca l'armonica e suona Pupobionno con i suoi denti morti.
Il primo bacio contro Sciaron fu Ferrovie Laziali contro Muraglia Cinese. Seguirono amplessi negletti, rapporti schietti, scambi d'umore, braccia nere di tatuaggi. Lui le aprì un fronte nel cuore, nonché un salone di massaggi. Lei gli aprì orizzonti culturali: Herman Hesse, Herman Melville, Dio e Bombolo. Ora Sciaron è nella tana di Pisolo Mandragora, che trae il nome da una pianta afrodisiaca. E infatti so' cazzi...
La casa di Mandragora è terrazzatissima, entrata indipendente e filo spinato Davanti al cancello, i fratelli Mortaccino ostentano 300 kg di muscoli e un mitra che sparisce tra le le loro mani come coriandoli a carnevale. Vedono arrivare Tony e mettono su facce da Django. La prima capocciata fa un cadavere, la seconda trasforma il Mortaccino superstite in un maestro di tango. Besame mucho, que tengo miedo. Come tutti.
Poi viene il momento di affrontare il Kunge. Dieci anni di karate: ripetente. Colpisce Tony Plumbeo di taglio, ma non lo ammazza. Tony sorride come chi ha fatto tombola e spara un ambo di nocche di cemento in faccia alla cintura gialla di tecniche orientali. Poi si fa fare un massaggio e prosegue verso il cuore della tana delle tigri. Adesso c'è una porta che svelerà una donna. Oppure 'inferno, che è la stessa cosa.
Piscina coperta, cafonaggine tanto al chilo, televisore al plasmon: Pisolo Mandragora si tratta bene. Tony Plumbeo si muove per la casa del rivale, circospetto come un Mambo, ché il Mamba è una variante da checche. Un sibilo. Parte un dardo avvelenato da una trappola nascosta, ma la realtà si muove troppo lenta per chi ha una vendetta da prendere e una shampista nel cuore. Tony afferra il dardo e se lo ingoia. Sano.
Altra trappola, difficoltà undici decimi. Seduta su un divano di pelle, con le gambe accavallate pelle su pelle, c'è Apelle, figlia di Satollo, che fece una palla di coca e di pollo. E' la prostituta definitiva, la concubina estrema, quella che apre la bocca solo per un lingua a lingua. Tony non è insensibile all'articolo,.Lei dice, Solo? Lui pensa, Molto. Poi la incassa nel divano come mortadella nella pizza calda.
Tre corridoi, diciotto stanze e due bagni placcati oro più tardi, Tony Plumbeo arriva davanti a un Caravaggio. E lì c'è l'estasi d'amore, il riconoscimento tra coatti disposti a uccidere per una donna e un horror vacui che stende l'eroe per un secondo, facendo di lui un uomo. Poi Michelangelo Merisi lo guarda attraverso la polvere dei secoli e gli sussurra, tra una natura morta e un Cristo deposto: Daje Tonino, Daje.
Una sciampista suda bigodini, forcine e rivoli di shampoo al mango. Tony sente l'urlo di Sciaron, ma è solo la suoneria del suo cellulare. E' Ottone Erminio, un trans chiamato desiderio che Tony ha salvato da morte certa per mano di un cliente basito da attributi fuori scala. Ottone sussurra un nome, Claudio Panatta, che in gergo vuol dire: non ti fidare di quelli senza talento. Tony adesso ha un nemico: Occhio Spento.
Occhio Spento è il fratello stupido di Pisolo Mandragora. Mezzo cieco dalla nascita, idiota da molto prima, si nutre di avanzi alla tavola dei grandi, buffone osceno di un medioevo marginale. Tony valuta il vetro temperato di una porta e lo abbatte con una testata epocale. Guarda e stupisce. E' una pistola, quella. E lui è dalla parte sbagliata della canna. E' il cinema, bellezza. Si muore per un applauso chiamato Sciaron.
Nemmeno Occhio Spento può mancare un uomo da quella distanza. - Abbassa il pezzo.
- Nun abbasso gnente, Tony!
- Allora sparami in faccia e poi al cuore e poi in testa e poi strappami le mani.
- Sei er solito coatto! Quella voce da fuoco fatuo appartiene a Sciaron, come pure il braccio con cui circonda le spalle di Occhio Spento. E anche la lingua guizzante da orologio a cucù. Roma è un posto dimmerda quando sei giù.
Sciaron elenca gratis:
- Sei storia vecchia, Tony! Un cartone bagnato, una pantofola sinistra, un acquario vuoto... Occhio Spento annuisce come un batterista. Plumbeo chiede solo: perché?
-Ho ammazzato mi' fratello pe' 'sta zoccola, e nun me pento. Ci amiamo, Tony. Senza rancore. Il corpo di Sciaron aderisce a quello di Occhio Spento come un cofano a un motore.
- Con tutto il rancore possibile, invece. Daje, Tony...
Si muove, Tony Plumbeo. E l'aria intorno frigge come musica stipata in un'audiocassetta. Occhio Spento spara due colpi che vanno a segno, ma la rabbia di Tony trasforma pallottole in tappi di sughero, sangue che scorre in vino versato, dolore in energia cinetica. La capocciata alla bocca dello stomaco è roba per intenditori. Occhio Spento cade come pioggia gentile, senza rumore. Sciaron carica un calcio-serpente, di quelli velenosi soprattutto se accompagnati dalla furia anti-estetica di una zeppa trampolata tacco 18. Il naso di Tony Plumbeo cede alla lusinga del colpo, le cartilagini si arrendono subito, le ossa diventano all'istante cristalli di sale. Ma lui sorride come chi crede in un futuro migliore e canta sottovoce che pure questo è amore. Prende Sciaron per la vita, ballerina di un tango mortale. Poi le prende la vita, che tanto è uguale: il vero amore finisce solo con la morte, per poi protendersi verso l'infinito e oltre. Tony Plumbeo esce nella notte romana e vorrebbe tanto respirare, se non fosse che al posto del naso ha una tartara di manzo. Respirerà più tardi, perché adesso ha da fare. Compone una lista, a memoria: Sciaron addio. Comprare cerotti, latte, pane e due etti di lonza. Ah... e mai più innamorarsi di una stronza..

mercoledì 21 luglio 2010

Sogni di Grande cinema



La ragazza venne per prima, preoccupata da un ritardo.
Lui venne urlando, perché in fondo era un coatto inossidabile, garantito per l’eternità. L’eternit sbirciò l’amplesso, il capannone industriale s’industriò per sembrare l’Hilton, Paris Hilton benedisse l’unione in virtù di una telecamera nascosta, messa lì per caso dal coatto regista e attore, una specie di Chaplin nel Grande dittatore.
- Non è stato solo sesso, disse lei.
- No. Abbiamo anche scopato, rispose lui.
- Adesso cosa penserai di me? Ci conosciamo così poco.
- Penso che hai un bel corpo per la tua età.
- Ho solo trentadue anni!
- Scusa.
- Li porto male, lo so. È una questione di pelle. Non ci posso fare niente.
È una questione di palle, voleva dire lui. Sono brave a fracassartele in cambio di un ascolto distratto.
Ma seppe tacere.
Quando rivide il filmato pensò che lei a trentadue anni ancora reggeva botta. Lui ne aveva quasi cinquanta. Vederla rivestire gli fece un effetto strano, da paradiso perduto male, all’ultimo minuto, per una svista arbitrale.

giovedì 29 aprile 2010

Canto di uno scrittore fuori sede



Il posacenere è pesante per definizione. Lo è mia madre, per scelta di vita. Pesante è l’armatura del Dottor Destino, con le borchie da metallaro e le cuffie dell’Ipod incluse nel prezzo, rottamazione a carico dello stato di Latveria. È pesante e tagliente il respiro durante l’amore, soprattutto quando entra nei polmoni, pezzi di lametta odorosi di Aqua Velva. Pesano i macigni, le aspettative, le donne incinte, le donne sconfitte dalle buste della spesa.
Leggero è il cuore dei ragazzi che escono la sera. Pesa poco la piuma, niente lo sguardo che cerca di vaticinare le traiettorie del leggerissimo Super Tele. Leggera è la schiena dei saltatori, perché Fosbury rese loro un servizio notevole. Leggero è lo stracchino di nonno nanni, ma soltanto per gli occhi, perché poi diventa calce viva se non stai attento al pane che ci mangi mentre bevi per dimenticare. Pesante è il ricordo di quella sera, che avevo lavato la macchina e pure le ascelle, ma lei era un gradino sopra alla mia capacità di persuasione.
Leggero è quel film con quell’attore. Pesante la sconfitta, leggero il dolore di un distacco cercato. Certi tramonti sono fatti della stessa sostanza dei cuori: sanguinanti e rumorosi.
Questo pensa Nicola, detto Nick, mentre incombe con foga da atleta tra le gambe di una ragazza conosciuta minuti addietro. Lui è leggero soltanto se non lo conosci, se lo guardi e ti innamori di un’ostinazione tutta calabrese, di una cameretta da fuori sede e di una macchina finta sportiva.
Nick vuole fare lo scrittore importante.
È un mestiere pieno di scuse, una strada lunga e tortuosa, come cantavano i Beatles in tempi non sospetti. Ma i tempi sono tutti sospetti, perché non ci aspettano mai. Hanno il sorriso di Valentino Rossi contro Gibernau. Talento contro applicazione.
Nick si applica e lei viene.
Parole parole parole al posto del sangue nelle vene.