martedì 14 settembre 2010

Core ingrato (un'altra storia di Tony Plumbeo)




Roma gli ha rubato l'anima e ci ha fatto un arbre magique al mango. Tony Plumbeo spande intorno a sé l'afrore del capo-branco, artista della capocciata, traghettatore di capitali altrui. I suoi superpoteri brillano sotto pelle come lucciole indecenti. In un secondo, può rispondere a un'intervista, fare l'amore al telefono e sollevare un tram. Ma adesso qualcuno si è preso Sciaron. Lo sfintere di Roma molla il colpo.
Datemi sangue per tracciare la strada che mi separa da Sciaron. Sarò un treno di ferro. Sarò il sasso per la forbice, la forbice per la carta e tutto il resto. A questo pensa Tony Plumbeo, con la sua mente da guerriero inurbano. Scrocchia le dita con rumore osceno e ripensa a quando Sciaron gli ha detto la frase che lo ha reso schiavo d'amore: Levete dar cazzo, moro. So' nervosa. Lui la guardò. E fu subito sera...
La cerca a casa di Leone Solleone, artista della tintarella a marzo. - Ci sta? - Chi? Non si risponde a una domanda di Tony con un'altra domanda. Capocciata gentile, rumore: BAM! - Sciaron.
- Non lo so, osa Leone. La sua abbronzatura vira sull'epatite.
- Se mi dai un solo indizio magari ti lascio campare. E ti offro un Campari.
- Prova da Pisolo, sospira Leone. Pisolo Mandragora. Ovvio. Ascolta, si fa subito faida.
Il sangue di Tony Plumbeo è materiale da cancelleria, pezzi di chiodi, amaro del finanziere e losanghe a quadretti. Con una mano divelle un lampione, con l'altra ne fa un'armonica a bocca. Tony chiede consiglio al Re del Flipper, che chiosa così:
- Accendi gli special del cuore. Perdona. Ama di più. Tony lo guarda come fosse un fantino dopato, gli ficca in bocca l'armonica e suona Pupobionno con i suoi denti morti.
Il primo bacio contro Sciaron fu Ferrovie Laziali contro Muraglia Cinese. Seguirono amplessi negletti, rapporti schietti, scambi d'umore, braccia nere di tatuaggi. Lui le aprì un fronte nel cuore, nonché un salone di massaggi. Lei gli aprì orizzonti culturali: Herman Hesse, Herman Melville, Dio e Bombolo. Ora Sciaron è nella tana di Pisolo Mandragora, che trae il nome da una pianta afrodisiaca. E infatti so' cazzi...
La casa di Mandragora è terrazzatissima, entrata indipendente e filo spinato Davanti al cancello, i fratelli Mortaccino ostentano 300 kg di muscoli e un mitra che sparisce tra le le loro mani come coriandoli a carnevale. Vedono arrivare Tony e mettono su facce da Django. La prima capocciata fa un cadavere, la seconda trasforma il Mortaccino superstite in un maestro di tango. Besame mucho, que tengo miedo. Come tutti.
Poi viene il momento di affrontare il Kunge. Dieci anni di karate: ripetente. Colpisce Tony Plumbeo di taglio, ma non lo ammazza. Tony sorride come chi ha fatto tombola e spara un ambo di nocche di cemento in faccia alla cintura gialla di tecniche orientali. Poi si fa fare un massaggio e prosegue verso il cuore della tana delle tigri. Adesso c'è una porta che svelerà una donna. Oppure 'inferno, che è la stessa cosa.
Piscina coperta, cafonaggine tanto al chilo, televisore al plasmon: Pisolo Mandragora si tratta bene. Tony Plumbeo si muove per la casa del rivale, circospetto come un Mambo, ché il Mamba è una variante da checche. Un sibilo. Parte un dardo avvelenato da una trappola nascosta, ma la realtà si muove troppo lenta per chi ha una vendetta da prendere e una shampista nel cuore. Tony afferra il dardo e se lo ingoia. Sano.
Altra trappola, difficoltà undici decimi. Seduta su un divano di pelle, con le gambe accavallate pelle su pelle, c'è Apelle, figlia di Satollo, che fece una palla di coca e di pollo. E' la prostituta definitiva, la concubina estrema, quella che apre la bocca solo per un lingua a lingua. Tony non è insensibile all'articolo,.Lei dice, Solo? Lui pensa, Molto. Poi la incassa nel divano come mortadella nella pizza calda.
Tre corridoi, diciotto stanze e due bagni placcati oro più tardi, Tony Plumbeo arriva davanti a un Caravaggio. E lì c'è l'estasi d'amore, il riconoscimento tra coatti disposti a uccidere per una donna e un horror vacui che stende l'eroe per un secondo, facendo di lui un uomo. Poi Michelangelo Merisi lo guarda attraverso la polvere dei secoli e gli sussurra, tra una natura morta e un Cristo deposto: Daje Tonino, Daje.
Una sciampista suda bigodini, forcine e rivoli di shampoo al mango. Tony sente l'urlo di Sciaron, ma è solo la suoneria del suo cellulare. E' Ottone Erminio, un trans chiamato desiderio che Tony ha salvato da morte certa per mano di un cliente basito da attributi fuori scala. Ottone sussurra un nome, Claudio Panatta, che in gergo vuol dire: non ti fidare di quelli senza talento. Tony adesso ha un nemico: Occhio Spento.
Occhio Spento è il fratello stupido di Pisolo Mandragora. Mezzo cieco dalla nascita, idiota da molto prima, si nutre di avanzi alla tavola dei grandi, buffone osceno di un medioevo marginale. Tony valuta il vetro temperato di una porta e lo abbatte con una testata epocale. Guarda e stupisce. E' una pistola, quella. E lui è dalla parte sbagliata della canna. E' il cinema, bellezza. Si muore per un applauso chiamato Sciaron.
Nemmeno Occhio Spento può mancare un uomo da quella distanza. - Abbassa il pezzo.
- Nun abbasso gnente, Tony!
- Allora sparami in faccia e poi al cuore e poi in testa e poi strappami le mani.
- Sei er solito coatto! Quella voce da fuoco fatuo appartiene a Sciaron, come pure il braccio con cui circonda le spalle di Occhio Spento. E anche la lingua guizzante da orologio a cucù. Roma è un posto dimmerda quando sei giù.
Sciaron elenca gratis:
- Sei storia vecchia, Tony! Un cartone bagnato, una pantofola sinistra, un acquario vuoto... Occhio Spento annuisce come un batterista. Plumbeo chiede solo: perché?
-Ho ammazzato mi' fratello pe' 'sta zoccola, e nun me pento. Ci amiamo, Tony. Senza rancore. Il corpo di Sciaron aderisce a quello di Occhio Spento come un cofano a un motore.
- Con tutto il rancore possibile, invece. Daje, Tony...
Si muove, Tony Plumbeo. E l'aria intorno frigge come musica stipata in un'audiocassetta. Occhio Spento spara due colpi che vanno a segno, ma la rabbia di Tony trasforma pallottole in tappi di sughero, sangue che scorre in vino versato, dolore in energia cinetica. La capocciata alla bocca dello stomaco è roba per intenditori. Occhio Spento cade come pioggia gentile, senza rumore. Sciaron carica un calcio-serpente, di quelli velenosi soprattutto se accompagnati dalla furia anti-estetica di una zeppa trampolata tacco 18. Il naso di Tony Plumbeo cede alla lusinga del colpo, le cartilagini si arrendono subito, le ossa diventano all'istante cristalli di sale. Ma lui sorride come chi crede in un futuro migliore e canta sottovoce che pure questo è amore. Prende Sciaron per la vita, ballerina di un tango mortale. Poi le prende la vita, che tanto è uguale: il vero amore finisce solo con la morte, per poi protendersi verso l'infinito e oltre. Tony Plumbeo esce nella notte romana e vorrebbe tanto respirare, se non fosse che al posto del naso ha una tartara di manzo. Respirerà più tardi, perché adesso ha da fare. Compone una lista, a memoria: Sciaron addio. Comprare cerotti, latte, pane e due etti di lonza. Ah... e mai più innamorarsi di una stronza..

mercoledì 21 luglio 2010

Sogni di Grande cinema



La ragazza venne per prima, preoccupata da un ritardo.
Lui venne urlando, perché in fondo era un coatto inossidabile, garantito per l’eternità. L’eternit sbirciò l’amplesso, il capannone industriale s’industriò per sembrare l’Hilton, Paris Hilton benedisse l’unione in virtù di una telecamera nascosta, messa lì per caso dal coatto regista e attore, una specie di Chaplin nel Grande dittatore.
- Non è stato solo sesso, disse lei.
- No. Abbiamo anche scopato, rispose lui.
- Adesso cosa penserai di me? Ci conosciamo così poco.
- Penso che hai un bel corpo per la tua età.
- Ho solo trentadue anni!
- Scusa.
- Li porto male, lo so. È una questione di pelle. Non ci posso fare niente.
È una questione di palle, voleva dire lui. Sono brave a fracassartele in cambio di un ascolto distratto.
Ma seppe tacere.
Quando rivide il filmato pensò che lei a trentadue anni ancora reggeva botta. Lui ne aveva quasi cinquanta. Vederla rivestire gli fece un effetto strano, da paradiso perduto male, all’ultimo minuto, per una svista arbitrale.

giovedì 29 aprile 2010

Canto di uno scrittore fuori sede



Il posacenere è pesante per definizione. Lo è mia madre, per scelta di vita. Pesante è l’armatura del Dottor Destino, con le borchie da metallaro e le cuffie dell’Ipod incluse nel prezzo, rottamazione a carico dello stato di Latveria. È pesante e tagliente il respiro durante l’amore, soprattutto quando entra nei polmoni, pezzi di lametta odorosi di Aqua Velva. Pesano i macigni, le aspettative, le donne incinte, le donne sconfitte dalle buste della spesa.
Leggero è il cuore dei ragazzi che escono la sera. Pesa poco la piuma, niente lo sguardo che cerca di vaticinare le traiettorie del leggerissimo Super Tele. Leggera è la schiena dei saltatori, perché Fosbury rese loro un servizio notevole. Leggero è lo stracchino di nonno nanni, ma soltanto per gli occhi, perché poi diventa calce viva se non stai attento al pane che ci mangi mentre bevi per dimenticare. Pesante è il ricordo di quella sera, che avevo lavato la macchina e pure le ascelle, ma lei era un gradino sopra alla mia capacità di persuasione.
Leggero è quel film con quell’attore. Pesante la sconfitta, leggero il dolore di un distacco cercato. Certi tramonti sono fatti della stessa sostanza dei cuori: sanguinanti e rumorosi.
Questo pensa Nicola, detto Nick, mentre incombe con foga da atleta tra le gambe di una ragazza conosciuta minuti addietro. Lui è leggero soltanto se non lo conosci, se lo guardi e ti innamori di un’ostinazione tutta calabrese, di una cameretta da fuori sede e di una macchina finta sportiva.
Nick vuole fare lo scrittore importante.
È un mestiere pieno di scuse, una strada lunga e tortuosa, come cantavano i Beatles in tempi non sospetti. Ma i tempi sono tutti sospetti, perché non ci aspettano mai. Hanno il sorriso di Valentino Rossi contro Gibernau. Talento contro applicazione.
Nick si applica e lei viene.
Parole parole parole al posto del sangue nelle vene.

sabato 13 febbraio 2010

Il ragazzo di città



La campagna intorno è un pezzo di presepe e il ragazzo di città cammina col piglio dell’iconoclasta. Scalcia le margherite, calpesta l’erba, minaccia le lucertole di morte imminente e dolorosa e sputa alle api come farebbe su corpi di nemici morti, stremati da una faida secolare. Per il resto, è pacificato. Jeans chiari, camperos, camicia a quadri aperta e sotto la maglietta definitiva: quella di Space Invaders con ancora quattro vite tutte da usare e l’astronave piazzata in alto a sinistra per chi guarda. A proposito dell’astronave: è appena spuntata o sta scomparendo fuori campo? All’orizzonte si profilano montagne da spaghetti-western, desolate in apparenza e soltanto se stringi l’inquadratura per nascondere paesi pieni di sagre e privi di saghe. Il ragazzo di città arriva fino a uno spiazzo erboso accogliente, leggermente in discesa. Si toglie la camicia e ne fa una tovaglia da pic-nic, su cui deposita la pietanza di se stesso. Aspetta. Fuma. Si pente. Nessuno dovrebbe fumare a milleseicento metri e non per l’impatto devastante che avviene a polmoni aperti. È la natura intorno, cazzo. È il pezzo di presepe, il rispetto dovuto ai santi o a chi per loro, ai progettisti di panorami, a vostro signore, a quello che ci ha messo le mani per rendere l’Abruzzo un posto perfetto per una scampagnata o per innamorarsi di qualcuno che non ti ama. Il ragazzo di città butta la sigaretta, non senza appuntarsi un post-it mentale: raccoglierla prima di andare via, l’Abruzzo pulito dipende anche da te. L’aria si fa fresca, il pranzo con i parenti è passato attraverso le varie fasi della digestione e adesso rappresenta un problema di smaltimento che in Parlamento ne parlerebbero per anni. Il ragazzo di città è autorizzato dall’urgenza. Tra pochi giorni tornerà a Roma e quell’evacuazione fuori dagli schemi diventerà un aneddoto per le serate morte: Una volta l’ho fatta dietro a un cespuglio e mi sono pulito con le foglie. Succede che la fa e che in contemporanea la terra trema come un tagadà. Il rapporto causa-effetto è un po’ fuori scala: sono stati potenti, i gas intestinali, ma non al punto da accartocciare in meno di venti secondi il paese di fronte ai suoi occhi. E lui rimane così, a bocca aperta. Da lontano è un airone spettinato dal vento. Da vicino è un ragazzo di città, che ha la fortuna di avere quattro vite di scorta. Le userà a dovere, anche se l’astronave da trecento punti è già passata da un pezzo.

martedì 2 febbraio 2010

La scelta



Da lontano, Sara è ancora una bella donna.
Questo pensa Nicola, appostato davanti al fioraio Johnny.
Sara, sei stata, sarai. Pensa il fioraio Johnny, che ha velleità da poeta.
Nicola ha le spalle abbastanza grandi da contenere le mie paure, pensa Sara.
Ma con Johnny sarebbero petali ogni giorno. E di ogni colore.
Scattano tre sorrisi dal significato preciso, si prendono decisioni, si accettano scommesse. La Snai quota alla pari la coppia Sara e Johnny, mentre Nicola ha la quota dell’outsider, della sorpresa di giornata.
Il bambino Tommaso ha un nome alla moda e vuole dei fiori per il compleanno di sua nonna, stringe cinque euro come una bandiera pirata, stropicciata ma mai doma. Johnny sa che seguire questo cliente gli farebbe perdere posizioni nel tour a tappe dell’amore. Il bambino Tommaso alza il vessillo, chiede consiglio. Nicola capisce l’attimo, la Snai si mangia le mani, cavallari esperti esultano in vista del traguardo. Ma Nicola è un gentiluomo, saluta Sara con la mano e cerca una strada sicura da percorrere da solo, con un groppo in gola e il sorriso del giusto stampato sulle labbra. Johnny ha fatto felice un bambino e una nonna, ha guardato da vicino una ex-bella donna e urla quel nome con quanto fiato ha in gola:
- Nicola! Stasera ci vieni al biliardo?
Che un amico è la scelta migliore, anche se nell’altra busta ci mettono un miliardo.

lunedì 25 gennaio 2010

Padri, figli, ragazze e sorrisi



All’improvviso, la pioggia.
Gocce grosse come uova, di quelle che Roma diventa l’Amazzonia e il tuo ombrello un oggetto inadeguato, un fermacarte rimediato all’ultimo momento per un duello all’arma bianca dietro al muro di un convento.
A Sandra piace l’odore dell’asfalto mentre piove, un misto di polvere e sesso degli angeli, perché contiene quelle qualità volatili che le conosci bene anche se non le hai viste mai.
Oggi Sandra ha l’esame per la patente B: teoria. Valvole a farfalla hanno affollato la sua notte, sensi di marcia sono marciti nella memoria, ma adesso è caricata a molla perché ha ventidue anni, la pelle tesa, splendono gli occhi, rimbalzano i seni. È la donna di cui si parlerà, la ragazza in fiore, la musa dei poeti, la ribelle sana, la chitarrista battistiana. Sandra vive un momento che è un ponte sospeso tra se stessa e il futuro, una promessa in vacanza dal fallimento possibile, un pezzo di carne odorosa e immarcescibile. Quando entra nella stanza della Motorizzazione, la sua gonna fa la ruota e qualcosa si ferma, si sospende un respiro, e la mente di Damiano va in modalità-pausa di riproduzione della realtà.
Il test comincia, i due sono seduti vicini, lei sfarfalla e svolazza sul foglio, lui la guarda mordicchiare il lapis e non risponde alle domande perché ha di meglio a cui pensare. È un ragazzo di vent’anni, campione di Zippo, rumoroso allo stadio, silenzioso a letto. Sua madre è ancora un’alabarda spaziale, una donna capace di creare e distruggere. Suo padre è andato via senza salutare, infarto nel letto di una donna giovane. E Damiano ci pensa a come doveva essere lo sguardo di suo padre quando guardava le ragazze più belle. Come il suo, sputato. Sorriso allargato, da ruscello autunnale. Sorriso micidiale, che promette un bacio e una chiacchierata leggera, e la leggerezza è un dono degli dei.
Alessandra Martinelli, promossa, senza errori.
Damiano Orlandi, torni tra un mese.
Escono sotto la pioggia, felici tutti e due. Lei ha il permesso di guidare, lui ha ben altro, ha qualcosa di più. Ha la prova certa che la vita è in movimento e non un presepe pieno di pastori, col cielo finto e l’acqua di stagnola.
Damiano prende il coraggio a due mani, tossisce e le dice:
KA-BOOOOOOOM!
All’improvviso, la pioggia ha messo in scena anche il tuono.

sabato 16 gennaio 2010

occhi chiusi




Luigi ha piazzato male la barriera, dev’essere quello.
Il bacio lo coglie di sorpresa.
È una finta di Maradona, di caviglia e sopracciglia, di quelle che ti becchi un tunnel e poi spendi il fallo di frustrazione.
La bocca prende atto dell’invasione e si arrende alla lingua aliena senza condizioni. Lei non gli piace, il bacio sì, a dimostrazione che si può odiare una materia scolastica e poi godere i frutti della fatica dell’istruzione mentre giochi a Trivial con i tuoi cugini di Mestre.
Scrisse Il Decamerone: Walt Disney è il nome che brilla al neon della memoria. Lui sceglie di tacere e continua a frullare, a rimescolar papille, a fare eccentrici giri tra il palato e i denti del giudizio.
Marina, si chiama lei. Conosciuta tre giorni prima in uno stabilimento balneare, abbronzata e rugosa come un copertone, promessa sposa di un marinaio che le ha giurato fedeltà mentre incrociava tutto l’incrociabile, la ragazza si muove con competenza e tenacia. Luigi è un dimonio con gli occhi di bragia.
La vita e la cultura si muovono insieme, cigolano letti e vocabolari, volti di vecchie maestre si sovrappongono a quelli di attrici vogliose.
Ci sarebbero altri sensi adatti alla bisogna, ma non li usi. E baci le ragazze brutte con gli occhi chiusi…